mercoledì 13 agosto 2014

Ombre che camminano

Oggi mio nonno, 81 anni, commentando la notizia del suicidio di Robin Williams mi ha detto: "Non capisco che problemi avesse! Era famoso, aveva i soldi, era sposato. Uno di solito è depresso per un problema serio, perché non riesce a pagare il mutuo o a dar da mangiare alla sua famiglia... ma lui aveva tutto!"
Già, mio nonno viene da una generazione in cui tutto era molto più facile: il mondo si divideva in bianco, nero e pochissime altre sfumature di colore. Se eri felice, ridevi, se eri triste, piangevi; e se eri triste c'era sicuramente un problema reale, tangibile. Le persone si riunivano la domenica e per le feste comandate, e quando erano tutte insieme erano contente di esserlo, e tutte erano presenti fisicamente e mentalmente. La guerra poi aveva insegnato a tutti che il diritto alla vita non era scontato, che la libertà era un lusso, e che entrambe le cose bisognava guadagnarsele lottando. E se uno lotta per qualcosa poi se lo tiene stretto, gli dà il giusto valore.
Oggi, noi fortunati che nasciamo liberi e protetti, viviamo in un mondo ben più complicato perché da soli ce lo complichiamo. Il benessere ci ha portato frustrazione e infelicità perenni. Siamo sempre connessi, in contatto fra di noi, eppure da soli. Ci incontriamo con gli altri, parliamo con loro, ma lo facciamo in non-luoghi in cui le infinite ombre di noi stessi scelgono cosa mostrare nelle vetrine che tutti guarderanno. Le nostre risposte non sono mai genuine, ma sempre ponderate, pensate, scelte con cura a seconda di cosa vogliamo essere in quel momento: il buono, il cinico, il cattivo, il polemico, il romantico.
Raramente siamo presenti fisicamente e mentalmente nello stesso luogo: siamo ad una cena, siamo ad una festa e pensiamo a fotografarci per mostrare sui social quanto ci stiamo divertendo. Ma spesso il nostro divertimento finisce nell'istante stesso in cui abbiamo caricato la foto. Da quel momento inizia l'attesa del commento, del mi piace, della condivisione.
Viviamo circondati dal buio perenne dell'insoddisfazione, buio che ogni tanto è attraversato da una scia di luce effimera ma molto luminosa che ci illude di essere ancora capaci di sperare e che ci fa dire "ma sì, in fondo la vita è bella e vale la pena di essere vissuta!". Siamo talmente abituati all'infelicità, che ci accontentiamo di pochi sprazzi di contentezza e ce li facciamo bastare per tirare a campare.
Quando tutto si spegne, e anche i pochi istanti di luce non ci sono più, il buio ci inghiotte.
Eppure possediamo tutto. E spesso chi possiede di più è proprio colui che soffre di più. Ma è inutile possedere tutto se siamo circondati di niente. Di niente di reale, di tangibile, magari anche pericoloso ma che ci manterrebbe vivi, vigili, presenti. 
Ormai c'è solo il Nulla che avanza come ne "La storia infinita".
"Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è", cantava Raf.
Ecco cosa ci uccide.

2 commenti:

  1. Bello, Michela, davvero. (Anche se il "benessere diffuso" a cui nel finale rimandi non mi pare taanto diffuso). Ciao cara.

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    1. Grazie Marco!
      Bè, dipende sempre da che punto di vista stai guardando. Rispetto ai tempi di mio nonno, cui mi riferisco all'inizio, il benessere è abbastanza diffuso, più o meno per tutti. O meglio per tutti quelli che, come ho specificato, nascono "fortunati, liberi e protetti".
      Ciao! ;)

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