Avete mai sentito parlare del Vudù? Bè, sì, chi non ne ha mai sentito parlare? L'autorevole voce di Wikipedia la presenta come "una delle religioni più antiche del mondo, estremamente complessa e ricca, nata dalla sintesi delle varie espressioni spirituali africane e di alcuni elementi cattolici, originaria dell'Africa e poi diffusasi nelle Americhe, a causa della deportazione degli schiavi." E bla bla bla.
In realtà, lasciando da parte tutte queste nozioni, che se volete potete andare a leggere anche su fonti un po' più serie ed attendibili di Wikipedia (che per carità, sempre sia lodata, se non avessi lei!), bisogna decisamente dire che il Vudù è ricordato principalmente per le bambolette da trafiggere con gli spilloni. La bambola rappresenta la persona a cui è destinato il rituale e gli spilloni sono gli strumenti grazie ai quali, trafiggendola, possiamo far in modo che accada qualcosa al destinatario. In realtà si potrebbe anche usare per cose belle, per guarire qualcuno da una malattia ad esempio, ma in realta tutti, proprio tutti tutti, quando nel corso della loro vita hanno pensato "ah, se avessi una bamboletta vudù...!" lo hanno fatto con intenti tutt'altro che benevoli. Io compresa.
Tuttavia non è semplice procurarsi o costruirsi una bambola: e ci vogliono i capelli della persona destinataria, e ci vogliono erbe magiche particolari, e ci vogliono spilloni di un certo tipo, e servono preghiere, e ci vuole il bagno purificatore, e ci vuole un sigillo magico, e la rava e la fava!
Quindi, come si fa a lanciare una maledizione a qualcuno in maniera veloce ed a basso costo? Cercando su Google (no, non avevo intenzioni cattive, era solo per amore della conoscenza...ehm...) mi sono imbattuta in un sito sul quale si possono lanciare maledizioni semplicemente scrivendo il proprio nome, il nome del destinatario e l' "augurio" che gli si vuol fare. E oplà, il gioco è fatto. La cosa bella è che tutti possono leggere le maledizioni altrui.
Così, scorrendo la lista, mi sono imbattuta in maledizioni di tutti i tipi: c'è l'insicuro, che lancia la stessa maledizione 10 volte così ci sono più possibilità che arrivi, c'è la cornuta "che le donne con cui mi hai tradito ti facciano soffrire sessualmente e ti lascino impotente", c'è l'amante-politicamente corretta "che Debora ti lasci in malo modo, facendoti fare brutta figura come ti meriti! Così poi ti metti con me", la gelosa "a tutte le troie che ci provano col mio ragazzo, spero che diventiate delle ragazze inguardabili!"; c'è l'incendiaria "la tua casa in fiamme e tuo marito che ti tradisce", la tricologa vendicativa "che ti cadano tutti i capelli", quello che non si vuole sporcare le mani "che tu possa picchiarti da solo", c'è il pignolo "dolore per il corpo: testa, gambe e mani"; c'è la stacanovista "il lavoro tocca a me, non a te!", la generalista "che ti accada qualunque cosa!", lo studente che sceglie l'ultima spiaggia "che la professoressa di matematica sia costretta a mettere 8 a tutte le interrogazioni e a tutti i compiti!", le DUE amichette di letto che tutti vorrebbero avere "che ti vengano le emorroidi, herpes, piattole e sifilide", la giustiziera "che tu possa soffrire quanto hai fatto soffrire me! Non troverai mai un'altra donna fedele ed innamorata, solo solitudine e tristezza nella vita ti aspettano!"(questa, ad onor del vero è una cosa che abbiamo pensato un po' tutte, confessiamolo, anche senza riti vudù di mezzo).
C'è poi tutta una sottocategoria di veri cattivi, cioè quelli che augurano la morte: c'è il laconico "muori", l'amante dello splatter "che un autobus ti investa davanti a me", il sadico "morte lenta e dolorosa", lo specialista "che ti venga un tumore ai polmoni", la teatrale "muori, puttana!", la tizia che ama le soluzioni estreme "devi crepare e non fare più sesso con nessuno", l'impaziente "devi crepare adesso all'istante", la lettrice di Dante "che tu possa bruciare all'inferno!", l'amante del dialetto "te possa sciopà er fegato!", ed infine il militante di partito che a un famoso politico dice " che ti venga una gangrena al tuo piccolo corpo grasso e speriamo ti esplodano gli occhi vacui di triglia cotta".
Potrei andare avanti per ore. Non vi metto il link del sito per non fargli pubblicità, che certamente non si merita.
Ho voluto far apparire la cosa ridicola, per farci due risate, anche se ci sarebbero tantissime riflessioni da fare su tutto questo. Chiedersi, ad esempio, quanto odio la gente sia capace di provare, ma anche quanto male le persone facciano ai loro simili tanto da spingerli a covare tutta questa rabbia.
Dico solo, per sdrammatizzare, che per fortuna aveva ragione mio padre che, quando da bambina avevo paura dei fantasmi e dei malocchi, mi diceva sempre: "Michela, è dei vivi che devi aver paura e delle cose tangibili. Se la gente potesse far male a distanza, saremmo tutti morti!".
martedì 4 marzo 2014
giovedì 20 febbraio 2014
Mi ameresti così, se fossi ancora viva?
Ultimamente, forse perché ho assistito impotente a due lutti improvvisi che hanno sconvolto la piccola comunità in cui vivo, penso spesso alla morte: alla mia, a quella delle persone che amo. E mi sono domandata se, quando si perde improvvisamente qualcuno che si ama tanto, si riesca a superare il rimpianto di non avergli detto certe cose quando era ancora in vita. Perché, come ho avuto già modo di scrivere altrove, credo che alla morte ci si possa rassegnare, essendo qualcosa di inevitabile per tutti, ma credo che non ci si possa perdonare di non aver fatto una cosa semplice, facile e banale come quella di dire una parola dolce in più.
Mi è venuta in mente una poesia, letta da qualche parte un po' di tempo fa, di Lőrinc Szabó, poeta ungherese semisconosciuto in Italia. Il poeta si rivolge ad una donna amata e morta. Fa pensare, questa poesia: quante volte non pensiamo alla fortuna che abbiamo? Quante volte pensiamo che certe cose, che certe persone possano durare per sempre? Quante volte rimangono solo nei pensieri le parole che invece potrebbero, dovrebbero!, arrivare alla bocca?
Fa pensare quella frase finale, che il poeta immagina gli venga detta dalla donna che lui ama tanto e che non c'è più:
Sono così felice, ardentemente,
d'amarti anche così, col mio dolore,
e vivo solo per tenerti in me
e non debbo evocarti per sentire
che sei qui: tu con gli occhi sognanti
e angosciati a osservare
questo destino che mi conduce
e mentre vecchi paesi s'accendono
e gli anni, penso che anche tu t'accendi,
tu, che la trovi al fondo del tuo cuore
la mia tenerezza dolente.
Ora è il dolore la felicità,
ed è questo ad unirci; e più ancora
(e mai tanto così completamente!)
quando un sorriso un po' ironico passa
sulla dolcezza del tuo viso, e a me,
forse per pungermi, dici
(ma piena di fiducia e comprensiva):
"Mi ameresti così
se fossi ancora viva?"
Lőrinc Szabó, Solitudine
Mi è venuta in mente una poesia, letta da qualche parte un po' di tempo fa, di Lőrinc Szabó, poeta ungherese semisconosciuto in Italia. Il poeta si rivolge ad una donna amata e morta. Fa pensare, questa poesia: quante volte non pensiamo alla fortuna che abbiamo? Quante volte pensiamo che certe cose, che certe persone possano durare per sempre? Quante volte rimangono solo nei pensieri le parole che invece potrebbero, dovrebbero!, arrivare alla bocca?
Fa pensare quella frase finale, che il poeta immagina gli venga detta dalla donna che lui ama tanto e che non c'è più:
Sono così felice, ardentemente,
d'amarti anche così, col mio dolore,
e vivo solo per tenerti in me
e non debbo evocarti per sentire
che sei qui: tu con gli occhi sognanti
e angosciati a osservare
questo destino che mi conduce
e mentre vecchi paesi s'accendono
e gli anni, penso che anche tu t'accendi,
tu, che la trovi al fondo del tuo cuore
la mia tenerezza dolente.
Ora è il dolore la felicità,
ed è questo ad unirci; e più ancora
(e mai tanto così completamente!)
quando un sorriso un po' ironico passa
sulla dolcezza del tuo viso, e a me,
forse per pungermi, dici
(ma piena di fiducia e comprensiva):
"Mi ameresti così
se fossi ancora viva?"
Lőrinc Szabó, Solitudine
martedì 21 gennaio 2014
Mea Culpa
"La credenza che esistono esseri quali le streghe è
parte cosi essenziale della Fede cattolica che il sostenere
ostinatamente l'opinione opposta sa manifestamente di eresia."
Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer,
Malleus Maleficarum, 1487
"In realtà non ci sono state streghe, ma i terribili
effetti della credenza nelle streghe sono stati gli stessi che se le
streghe fossero realmente esistite"
Friedrich Nietzsche,
Umano, troppo umano II, 1879/80
Ok, lo ammetto: anch'io ho ceduto alla tentazione di scrivere battutine più o meno becere sul caso della suora di Rieti che ha partorito un bimbo.
Però, pensandoci seriamente, mi chiedo se la giovane donna in questione, perché è una donna, questo non va mai dimenticato, si meriti un trattamento del genere. In fondo, lei non ha fatto proprio nulla di male: ha fatto sesso, che l'abbia fatto per piacere personale o per amore poco cambia. Ha tradito un voto, ma a noi che importa? Se la vedrà con Dio al massimo; ammesso che Dio, se esiste, sia così vendicativo da punire una donna che mette al mondo un figlio, per quanto frutto di un atto che i credenti considerano peccaminoso.
Ma soprattutto mi piace pensare che, se Dio esiste, visto che a quanto pare dovrebbe essere più perfetto ancora di Mary Poppins, metta fine a questa distinzione tra uomini e donne almeno nell'aldilà e cominci a punire le persone per quello che fanno e non per il loro genere. Perché diciamolo: di preti che vanno con le prostitute è pieno il mondo. Io vivo in un paesino in cui, diversi anni fa, un parroco si ammalò di AIDS perché era solito frequentare transessuali che mercificavano il loro corpo sulle strade. Eppure in quell'occasione nessun giornale, nessun programma tv, nessun rotocalco si è occupato della faccenda. La notizia non è nemmeno uscita dal paesello: già a 10 km di distanza nessuno sapeva nulla. A volte ho l'impressione di essermela sognata, se non fosse che ho chiesto conferma ai miei vicini di casa che hanno memoria del fattaccio.
Ora mi domando: perché una donna deve essere sbattuta in prima pagina, presa in giro e messa alla gogna e un uomo no? Perché i preti pedofili devono essere protetti dalla Chiesa, nascosti sotto il tappeto dell'omertà e una donna che ha fatto l'amore, che ha partorito un bimbo, che vuole fare la mamma deve subire questo pubblico ludibrio, questo atto di bullismo di massa?
"Se la guardi e provi desiderio, perciostesso essa è una strega" così scriveva Umberto Eco ne "Il nome della rosa".
La caccia alle streghe è sempre aperta, dunque. E si nasconde anche nelle battute più stupide; e nessuno di noi ne è immune. La donna, ancora, non è perdonabile se si macchia di un peccato così tremendo come quello di pensare di essere padrona del proprio corpo.
Lasciamola in pace, ora. Abbiamo fatto le nostre risatine, abbiamo già acceso i nostri piccoli roghi sulle bacheche di facebook. Adesso, se proprio dobbiamo accanirci, facciamolo su chi fa del male ai bambini, non su chi li partorisce. Facciamolo su chi ruba, su chi commette atti criminali, su chi discrimina e perseguita ed uccide. Non su chi cede ad una debolezza. E smettiamo di giudicare le donne, suore o meno, solo perché in possesso di una vagina che abbiamo la presuzione di sapere come, quando e perché debba essere usata.
domenica 19 gennaio 2014
Valérie e Julie: cosa non fare quando si ama un narcisista
Se potessi, consiglierei a Valérie Trierweiler ed a Julie Gayet, rispettivamente ex compagna (da poco ex) ed amante (da parecchio tempo) del Presidente francese Hollande, di guardarsi un film: "Gli infedeli". Magari potrebbero organizzare una di quelle serate tra donne, fatte di pigiama e calzettoni, di patatine e coca cola, di cioccolata e cuscini da abbracciare, in cui le donne si confidano e si consolano, raccontandosi a vicenda le loro peripezie amorose. Il film parla, appunto, di uomini infedeli e si divide in sette episodi, tanti quanti sono i registi che lo dirigono. Si vedono quindi tutti i tipi di infedeltà: chi lo fa per collezione, chi per evadere da rapporti di coppia ormai logori, chi per cercare conferme, chi per cercare evasioni estreme. Ma tutti, tutti, lo fanno perché amano soprattutto se stessi. Forse, Valérie e Julie, invece di essere nemiche tra loro, capirebbero di essere entrambe sulla stessa barca. Forse Valérie capirebbe quanto è stata ingenua e credere di poter cambiare un uomo, a credere di essere diversa, a credere in quella favoletta in cui molte donne credono: "Con me sarà diverso, io lo salverò, con quella di prima non andava perché non l'amava!". Già, perché lui, Monsier le Président, era già sposato con Ségolène Royal. Poi aveva conosciuto Valérie, che aveva portato via il marito alla povera Ségolène e, non contenta, si faceva beffe di lei su Twitter.
Forse Julie, la bella attrice attuale amante del Presidente, dovrebbe riflettere su questa storia e chiedersi quanto tempo passerà prima che anche a lei tocchi la stessa sorte. Perché in Francia c'è un detto: l'amante che prende il posto della moglie, lascia il posto vuoto ad un'altra amante.
Gli infedeli, mie care Velérie e Julie, sono dei narcisisti. E sapete cosa capita a donne che si innamorano dei narcisisti? Prima pensano di essere su una nuvola, pensano di vivere una passione fuori dal comune, pensano di essere speciali, pensano "ma io non potrò mai vivere una relazione stabile, serena ma anche noiosa come quella delle mie amiche". Poi però si trovano a dover ingoiare lacrime amare oppure, come è successo a Valérie, si trovano in ospedale per aver preso qualche pillola di troppo.
Amare un narcisista traditore seriale si può, eccome se si può. Si può vivere in modo non noioso, bevendosi la vita a grossi sorsi, vivendo su una perenne montagna russa e rifiutando la vita di donne che scelgono le relazioni stabili e senza troppi scossoni. Basta essere consapevoli che uomini così vi guarderanno negli occhi per vedere il loro riflesso, non per guardare voi. Basta sapere che voi sarete importanti fino a quando rappresenterete l'evasione, il gioco, la passione; fino a quando non comincerete ad avere delle aspettative, a pensare di volere una famiglia stabile e ad imporre a questi narcisisiti di guardare oltre il loro riflesso.
Questo Valérie lo ha capito tardi, forse Julie è sempre in tempo per capirlo: nonostante il posto vacante di moglie, se fossi in lei mi terrei stretto quello dell'amante. E se passasse un uomo interessante e interessato davvero a me, scapperei a gambe levate.
Forse Julie, la bella attrice attuale amante del Presidente, dovrebbe riflettere su questa storia e chiedersi quanto tempo passerà prima che anche a lei tocchi la stessa sorte. Perché in Francia c'è un detto: l'amante che prende il posto della moglie, lascia il posto vuoto ad un'altra amante.
Gli infedeli, mie care Velérie e Julie, sono dei narcisisti. E sapete cosa capita a donne che si innamorano dei narcisisti? Prima pensano di essere su una nuvola, pensano di vivere una passione fuori dal comune, pensano di essere speciali, pensano "ma io non potrò mai vivere una relazione stabile, serena ma anche noiosa come quella delle mie amiche". Poi però si trovano a dover ingoiare lacrime amare oppure, come è successo a Valérie, si trovano in ospedale per aver preso qualche pillola di troppo.
Amare un narcisista traditore seriale si può, eccome se si può. Si può vivere in modo non noioso, bevendosi la vita a grossi sorsi, vivendo su una perenne montagna russa e rifiutando la vita di donne che scelgono le relazioni stabili e senza troppi scossoni. Basta essere consapevoli che uomini così vi guarderanno negli occhi per vedere il loro riflesso, non per guardare voi. Basta sapere che voi sarete importanti fino a quando rappresenterete l'evasione, il gioco, la passione; fino a quando non comincerete ad avere delle aspettative, a pensare di volere una famiglia stabile e ad imporre a questi narcisisiti di guardare oltre il loro riflesso.
Questo Valérie lo ha capito tardi, forse Julie è sempre in tempo per capirlo: nonostante il posto vacante di moglie, se fossi in lei mi terrei stretto quello dell'amante. E se passasse un uomo interessante e interessato davvero a me, scapperei a gambe levate.
sabato 30 novembre 2013
Amicizie tanto vere da sembrare finte
Ci sono sentimenti che, a dimostrazione della nostra incredibile ignoranza, noi uomini crediamo appartengano solo alla razza umana e non agli animali. Sarà per questo che, quando vogliamo dire che qualcuno è senza cuore lo definiamo "una bestia". Eppure in più di un caso gli animali ci dimostrano che le vere "bestie", nel peggiore significato che vogliamo dare a questo termine, siamo noi, che uccidiamo senza motivo e coltiviamo l'odio verso i nostri simili e verso gli animali, che non capiamo spesso i loro comportamenti eppure abbiamo la presunzione di essere superiori.
Ho già parlato qui della gattina siamese che, quando ero bambina, diventò amica del cockerone di casa al punto da sentirne la mancanza dopo la sua morte, e da cercare di accarezzarlo con la zampina dopo averlo riconosciuto in un poster appeso alla parete.
Ma di storie così ce ne sono tante: nel 2008 in uno zoo cinese una scimmietta, rimasta orfana di entrambi i genitori, era vittima di "bullismo". Il maschio alfa del gruppo la maltrattatava, al punto che i dirigenti dello zoo decisero di inserire nella gabbia una cane, che distraesse le attenzioni del maschio alfa. Ebbene, le cose sono andate diversamente perché il cane non è diventato il diversivo, ma l'amico e il protettore della scimmietta, e da quel momento i due sono inseparabili.
Leggendo questa notizia mi è venuto in mente un libro di Luis Sepùlveda: Max, aveva un gatto, Mix, un bel micione schivo a cui era affezionato al punto che, quando il ragazzo se ne andò di casa per gli studi, portò il gattone con sè anche se ormai era invecchiato. Un giorno il gatto diventò cieco.
Una volta Mix, che doveva rimanere in casa da solo per qualche giorno, sentì dei rumori. Anche se cieco, era pur sempre un gatto. Ascoltò il rumore che si avvicinava piano piano e, quando fu vicino, in in un baleno catturò il responsabile di quel rumore: un topo messicano, molto triste perché non aveva un nome. Il gattone buono lasciò libero il topo e gli diede un nome, Mex; da quel momento i due divennero amici e...
"... Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall'intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno."
"Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", Luis Sepùlveda
Ho già parlato qui della gattina siamese che, quando ero bambina, diventò amica del cockerone di casa al punto da sentirne la mancanza dopo la sua morte, e da cercare di accarezzarlo con la zampina dopo averlo riconosciuto in un poster appeso alla parete.
Ma di storie così ce ne sono tante: nel 2008 in uno zoo cinese una scimmietta, rimasta orfana di entrambi i genitori, era vittima di "bullismo". Il maschio alfa del gruppo la maltrattatava, al punto che i dirigenti dello zoo decisero di inserire nella gabbia una cane, che distraesse le attenzioni del maschio alfa. Ebbene, le cose sono andate diversamente perché il cane non è diventato il diversivo, ma l'amico e il protettore della scimmietta, e da quel momento i due sono inseparabili.
Leggendo questa notizia mi è venuto in mente un libro di Luis Sepùlveda: Max, aveva un gatto, Mix, un bel micione schivo a cui era affezionato al punto che, quando il ragazzo se ne andò di casa per gli studi, portò il gattone con sè anche se ormai era invecchiato. Un giorno il gatto diventò cieco.
Una volta Mix, che doveva rimanere in casa da solo per qualche giorno, sentì dei rumori. Anche se cieco, era pur sempre un gatto. Ascoltò il rumore che si avvicinava piano piano e, quando fu vicino, in in un baleno catturò il responsabile di quel rumore: un topo messicano, molto triste perché non aveva un nome. Il gattone buono lasciò libero il topo e gli diede un nome, Mex; da quel momento i due divennero amici e...
"... Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall'intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno."
"Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", Luis Sepùlveda
giovedì 7 novembre 2013
Cenerentola in "C"
"Cenerentola, cinerei capelli, costantemente cucinava, cuciva camicie candide. Cameriera costretta, calpestata, calunniata, coabitava con cattive compagnie. Criduele Circe, caine civette costringevano continuamente Cenerentola coprirsi con contadinesche camiciole, ciabatte cenciose, cenci cinerini.
Corigianesco Ciambellano comunicò, con cartapecora ceralaccata, carnevalesca cerimonia con cui cercar casta coniuge che conquistasse cuore Ceruleo Cavalier,
Che confusione!
Circe con consanguinee carognette cercarono collane chic, coacervarono cianfrusaglie, cincinnarono chiome con caparbietà; comandarono costantemente: "Cenerentola, cuci! Cenerentola, corri! Cenerentola, cerca!", che conciliante celermente cooperò. Concludendo cicalarono: "Corriamo, corriamo! Chissà chi Cavalier conquisterà!"
Cenerentola, coricatasi contiguo camino, col cuore contrito confidò che cotanta cattiveria cessasse. Commossa, chiaroveggente celestina comparve. Con compassionevole carità, consolandola, cambiò cineree ciarpe con corsetto celestiale, candido chiffon, calzari cristallini. Convertì cucurbitacea con carrozza, cavalli, cocchiere, così chiacchierando: "Corri! Cerimonia cominciata! Cavalier Ceruleo conquisterai!". Concluse: "Controllerai continuamente clessidra, ché cambiando calendario chimera cesserà, convertendo cocchio, cavalli, cocchiere con cenci, ciabatte, cenere".
Cenerendola, con carrozza che correva conducendola castello, cantò contenta.
Cosiffatta colomba candida, così celata, calamitò consensi, catturando cortigianeschi complimenti. Ceruleo Cavalier, cardiopalma colpito, corteggiò colei che cenere conosceva con carinerie, carezze, caramellose cerimonie. Cenarono con crème caramel, crema chantilly, ciliege, champagne.
Così Cenerentola conquistò con candore costese Cavaliere, contraccambiandolo. Clessidra corse. Campane comunicarono che calendario cambiava. Cenerentola, congedandosi celermente, caracollò capottandosi. Con cotale capitombolo, calzatura cristallina cadde. Costernato, Cavalier colse cotal candido calzare. Claudicante Cenerentola corse.
Chimera cessò: cocchio, cocchiere, chiffon cambiarono colore, convertendosi con cenci cinerei, consueta circostanza.
Cavalier, cercandola confuso, comandò: "Convolerò con colei che calzerà cristallin calzare!"
Così, chiunque carpabiamente cercò calzare cristallina calzatura, comprese caine carognette che costringevano Cenerentola come cameriera. "Combacerà!" cianciarono. Chimerica convinzione!
Così Cenerentola chiese candidamente: "Codesta candida calzatura chiederei calzare...". Cavalier consentì. Calzatura combaciò, coincidendo con calcagno.
Cerulero Cavalier convolò con Cenerentola, coronadola.
Così convissero costantemente contenti.
Conclusione."
Se non avete mai partecipato ad un laboratorio di scrittura, fatelo immediatamente. Non solo per imparare a scrivere correttamente in italiano (anche se già per questo motivo sarebbe da imporlo per legge a tutti), ma anche perché è divertente da matti.
Io, che ho dovuto frequentarlo all'Università, essendo una di quelle studentesse tutte cuore che dopo il liceo scelsero l'inutile Facoltà di Lettere, l'ho amato alla follia. Non per vantarmi, ok sì, anche un po' per vantarmi, ma lo ricordo come uno dei corsi più appaganti: un trenta e lode con tanto di commento del professore, che mi disse: "Spero di averti insegnato qualcosa, perché onestamente non avevi quasi nulla da imparare".
Vabbè, rievocazioni sbrodolanti di vanità a parte, quello che ho trascritto adesso è un esercizio che dovetti fare: scrivere una favola a scelta, usando tutte le parole che inziavano con la C. Nessuna eccezione, anche le congiunzioni dovevano essere con la C. Un simpatico esercizio che stimolava la creatività, spingeva all'uso corretto dei sinonimi, dei termini di non comune utilizzo e della punteggiatura.
Credo che costantemente continuerò con cotale compito cambiando forse fonema fondamentale, facendo frasi formidabili, favole fantastiche, frivole fesserie...
ok, smetto! :D
Corigianesco Ciambellano comunicò, con cartapecora ceralaccata, carnevalesca cerimonia con cui cercar casta coniuge che conquistasse cuore Ceruleo Cavalier,
Che confusione!
Circe con consanguinee carognette cercarono collane chic, coacervarono cianfrusaglie, cincinnarono chiome con caparbietà; comandarono costantemente: "Cenerentola, cuci! Cenerentola, corri! Cenerentola, cerca!", che conciliante celermente cooperò. Concludendo cicalarono: "Corriamo, corriamo! Chissà chi Cavalier conquisterà!"
Cenerentola, coricatasi contiguo camino, col cuore contrito confidò che cotanta cattiveria cessasse. Commossa, chiaroveggente celestina comparve. Con compassionevole carità, consolandola, cambiò cineree ciarpe con corsetto celestiale, candido chiffon, calzari cristallini. Convertì cucurbitacea con carrozza, cavalli, cocchiere, così chiacchierando: "Corri! Cerimonia cominciata! Cavalier Ceruleo conquisterai!". Concluse: "Controllerai continuamente clessidra, ché cambiando calendario chimera cesserà, convertendo cocchio, cavalli, cocchiere con cenci, ciabatte, cenere".
Cenerendola, con carrozza che correva conducendola castello, cantò contenta.
Cosiffatta colomba candida, così celata, calamitò consensi, catturando cortigianeschi complimenti. Ceruleo Cavalier, cardiopalma colpito, corteggiò colei che cenere conosceva con carinerie, carezze, caramellose cerimonie. Cenarono con crème caramel, crema chantilly, ciliege, champagne.
Così Cenerentola conquistò con candore costese Cavaliere, contraccambiandolo. Clessidra corse. Campane comunicarono che calendario cambiava. Cenerentola, congedandosi celermente, caracollò capottandosi. Con cotale capitombolo, calzatura cristallina cadde. Costernato, Cavalier colse cotal candido calzare. Claudicante Cenerentola corse.
Chimera cessò: cocchio, cocchiere, chiffon cambiarono colore, convertendosi con cenci cinerei, consueta circostanza.
Cavalier, cercandola confuso, comandò: "Convolerò con colei che calzerà cristallin calzare!"
Così, chiunque carpabiamente cercò calzare cristallina calzatura, comprese caine carognette che costringevano Cenerentola come cameriera. "Combacerà!" cianciarono. Chimerica convinzione!
Così Cenerentola chiese candidamente: "Codesta candida calzatura chiederei calzare...". Cavalier consentì. Calzatura combaciò, coincidendo con calcagno.
Cerulero Cavalier convolò con Cenerentola, coronadola.
Così convissero costantemente contenti.
Conclusione."
Se non avete mai partecipato ad un laboratorio di scrittura, fatelo immediatamente. Non solo per imparare a scrivere correttamente in italiano (anche se già per questo motivo sarebbe da imporlo per legge a tutti), ma anche perché è divertente da matti.
Io, che ho dovuto frequentarlo all'Università, essendo una di quelle studentesse tutte cuore che dopo il liceo scelsero l'inutile Facoltà di Lettere, l'ho amato alla follia. Non per vantarmi, ok sì, anche un po' per vantarmi, ma lo ricordo come uno dei corsi più appaganti: un trenta e lode con tanto di commento del professore, che mi disse: "Spero di averti insegnato qualcosa, perché onestamente non avevi quasi nulla da imparare".
Vabbè, rievocazioni sbrodolanti di vanità a parte, quello che ho trascritto adesso è un esercizio che dovetti fare: scrivere una favola a scelta, usando tutte le parole che inziavano con la C. Nessuna eccezione, anche le congiunzioni dovevano essere con la C. Un simpatico esercizio che stimolava la creatività, spingeva all'uso corretto dei sinonimi, dei termini di non comune utilizzo e della punteggiatura.
Credo che costantemente continuerò con cotale compito cambiando forse fonema fondamentale, facendo frasi formidabili, favole fantastiche, frivole fesserie...
ok, smetto! :D
lunedì 28 ottobre 2013
Bridget Jones, un amore di ragazzA!
Quando ho letto per la prima volta le avventure di Bridget Jones, attraverso il suo famoso "diario", avevo poco più di 20 anni, ero fidanzata ed avevo segnato davanti a me un futuro che poi, per fortuna o purtroppo, non si è mai realizzato. Non sapevo, allora, che stavo leggendo una buona parte del mio futuro: adesso che ho più o meno l'età che aveva la protagonista nel primo e nel secondo libro e, come lei, sono single e con qualche Daniel Claver alle spalle, è con una certa dose di apprensione/curiosità che mi sono avvicinata al terzo libro della saga "Bridget Jones, un amore di ragazzo".
Bè, me lo sono letteralmente "bevuto".
Bridget ha ormai cinquatun anni, anche se si ostina a credere di averne trentacinque, ha due figli, Billy e Mabel, avuti dal grande amore della sua vita, Mark Darcy che, ahimè, è morto. Eppure, nonostante il vuoto enorme lasciato da Mark, nonostante i due figli piccoli da crescere, Bridget non si perde d'animo e, con la solita comicità, con la stessa follia di sempre, con leggerezza e fiducia nel futuro si rimette in gioco completamente, proprio come se fosse ancora una ragazza di trentacinque anni, sia dal punto di vista lavorativo sia da quello sentimentale. E come sempre è una gran pasticciona: conosce su Twitter un ragazzo di ventinove anni, Roxter, che diventa il suo toy boy. Di più non dico, per non sciuparvi la lettura.
L'ho trovato, fra i tre, il libro più delicato e introspettivo. Non ho sentito nemmeno per un attimo la mancanza di Mark, devo ammeterlo: non che sia stata felice della sua morte, ma non riuscivo a pensare ad una Bridget mogliettina perfetta, senza casini, senza uscite con gli amici, senza un uomo, o più uomini, da conquistare in quel suo sconclusionato modo.
Unica nota stonata: il personaggio di Daniel Cleaver, che da quell'adorabile bastardo pieno di fascino che era, si trasforma qui in una specie di caricatura di se stesso, diventando un buono ma senza dignità.
Fra vent'anni vi dirò se anche stavolta ho letto il mio futuro. Voglio dire a tutte le mamme dei dodicenni che stanno leggendo di non aver paura: aspetterò che abbiano raggiunto almeno i trent'anni! Nel frattempo ho ancora qualche Daniel da incontrare e qualche Mark da aspettare. It's raining men.
Bè, me lo sono letteralmente "bevuto".
Bridget ha ormai cinquatun anni, anche se si ostina a credere di averne trentacinque, ha due figli, Billy e Mabel, avuti dal grande amore della sua vita, Mark Darcy che, ahimè, è morto. Eppure, nonostante il vuoto enorme lasciato da Mark, nonostante i due figli piccoli da crescere, Bridget non si perde d'animo e, con la solita comicità, con la stessa follia di sempre, con leggerezza e fiducia nel futuro si rimette in gioco completamente, proprio come se fosse ancora una ragazza di trentacinque anni, sia dal punto di vista lavorativo sia da quello sentimentale. E come sempre è una gran pasticciona: conosce su Twitter un ragazzo di ventinove anni, Roxter, che diventa il suo toy boy. Di più non dico, per non sciuparvi la lettura.
L'ho trovato, fra i tre, il libro più delicato e introspettivo. Non ho sentito nemmeno per un attimo la mancanza di Mark, devo ammeterlo: non che sia stata felice della sua morte, ma non riuscivo a pensare ad una Bridget mogliettina perfetta, senza casini, senza uscite con gli amici, senza un uomo, o più uomini, da conquistare in quel suo sconclusionato modo.
Unica nota stonata: il personaggio di Daniel Cleaver, che da quell'adorabile bastardo pieno di fascino che era, si trasforma qui in una specie di caricatura di se stesso, diventando un buono ma senza dignità.
Fra vent'anni vi dirò se anche stavolta ho letto il mio futuro. Voglio dire a tutte le mamme dei dodicenni che stanno leggendo di non aver paura: aspetterò che abbiano raggiunto almeno i trent'anni! Nel frattempo ho ancora qualche Daniel da incontrare e qualche Mark da aspettare. It's raining men.
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